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Monte Mesma

Il monte Mesma, situato nel territorio del comune di Ameno, si trova a 576 metri d’altitudine. Dalla sua sommità si ha una vista completa del panorama lacustre di Orta, dell’isola di San Giulio e della catena del Monte Rosa.

Il nome “Mesma” ancora oggi ha un’etimologia incerta, probabilmente deriverebbe dalla semplificazione di Mesima, parola celtica significante “Maxima”, sommità.

La riserva naturalistica del monte si estende per una superficie complessiva di 52 ettari , in cui scorrono il torrente Agogna e il Membra.

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Il complesso monumentale del monte Mesma comprende: il convento francescano e la chiesa dedicata a San Francesco.

L’antica strada per salire al monte era molto ripida e piuttosto impervia. Nel 1659 fu iniziata la via Crucis per volontà di padre Gerolamo Stola, guardiano del convento. In concomitanza, nella piazzetta vennero poste una croce di legno e una colonna scolpita con la data di fondazione del convento.
Numerosi sono i reperti rinvenuti sul monte, soprattuttosepolcreticon varie suppellettili, testimonianza che il Mesma fu abitato dall'uomo sin dalla prima età del Ferro (VII – V secolo a.C.).

La zona è inoltre di notevole interesse archeologico, con ritrovamenti di origine celtica, materiale dell’epoca gallica, romano-imperiale e urne cinerarie ricollegabili alla cultura di Golasecca.
Tra le altre emergenze architettoniche presenti nel bosco del monte vi è anche la fucina di un fabbro risalente al ‘700.

All'età romanica risale invece l'antichissimo ponte che attraversa iltorrente Membra, ai piedi del colle.

Nel 1993 il monte Mesma venne istituito dalla Regione Piemonte come Riserva Naturale Speciale.

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Viae Crucis

Due sono le vie di accesso al monte, da lati opposti: una di esse parte da Ameno, l’altra da Bolzano Novarese. Su entrambe, nel ‘700, sebbene in tempi diversi, vennero erette edicole di due Viae Crucis (percorsi processionali), grazie all’intervento di benefattori locali.

Proprio Stola nutriva il desiderio di creare lungo le pendici del monte, immerse in un bellissimo bosco prevalentemente di castagni e querce, un “Teatro di miracoli”, dove fossero rappresentati i fatti più importanti della vita di Sant’Antonio di Padova.

Le cappelle, che partono da Lortallo, sono numerate, secondo un percorso ascensionale, dalla I alla XIV, e, in seguito, furono affrescate.

L’opera fu iniziata con la prima cappella dipinta da Giuseppe Zanatta di Miasino, raffigurante sant’Antonio, la vergine e il bambino. Il progetto tuttavia non fu terminato, per difficoltà finanziarie. La cappella rimase fino ai primi dell’Ottocento, quando una violenta nevicata la distrusse.

Nel Seicento venne tracciata una semplice Via Crucis, scandita da semplici croci in legno; solo successivamente esse vennero rimpiazzate con edicole in muratura.

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Tali edicole sono alte circa 2,5/3 metri e larghe 1. Al centro di ognuna vi è una nicchia quadrangolare, dove trovano sede gli affreschi. Le cappelle sono realizzate con ciottoli e pietre, poi intonacate e infine ingentilite da modanature. L’apice è costituito da un frontone triangolare, a richiamo della classicità greca, spezzata però da una copertura in “piode”.

I dipinti delle stesse furono eseguiti dal pittore Valentino Lucca; probabilmente si tratta di Antonio Valentino Cavigioni, detto anche Valentino Rossetti.

Analoghe vicissitudini presentano le cappelle lungo la strada da Bolzano Novarese; anch’esse eseguite nel ‘700. Questa via crucis inizia con la prima cappella dedicata a san Francesco, con dipinti realizzati da Federico Bianchi, ma andati perduti e ripristinati in seguito da Valentino Lucca. Tra il 1957 e il 1959 fu ridipinta dai pittori C. SecchiF. Mazzucchi.

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Il Convento

Il convento sorge sulle rovine di quella che un tempo era la rocca fortificata di Mesima, teatro fra il XIII e il XIV secolo di scontri tra il comune di Novara, con il podestà Giordano da Settala e il vescovo Tornielli. Il castello era stato costruito dal comune di Novara, che in una fase di espansione del proprio territorio, voleva avere un maggior controllo sui terreni episcopali della Riviera. Le ostilità continuarono fino al 1358, quando la rocca venne distrutta dagli abitanti di Ameno e Lortallo, stanchi di soprusi e angherie. L’attuale complesso ha, dunque, le sue origini sulle antiche fondamenta del castrumdi Mesima.

La storia del castrum presenta opinioni divergenti per gli storici. Secondo lo storico Lazzaro Agostino Cotta, la posizione strategica del Mesma venne sfruttata dalla tarda romanità per costruirvi un castrum collegato a un sistema di fortificazioni. Il Cotta basa tale ipotesi sulla notizia secondo cui il castello comparirebbe in un diploma del 917 di Berengario I. Lo storicoG. Andenna considera la tesi solo una “supposizione”, sulla base dell’esame di tale documento insieme ad un altro di Berengario I del 919.

Sui ruderi del castello, in cima al colle, venne edificato un oratorio con due altari, uno dedicato alla beata Vergine, l’altro al patriarca Francesco. Esso, custodito da frati Domenicani, veniva utilizzato per la celebrazione di una messa annuale ed era meta di pellegrinaggio. Ai primi del ‘600 i fratelli Bernardino e Giovanni Francesco Obicini, Francescani minori di Ameno, cercarono senza riuscirvi di costruirvi un convento. L’idea fu poi ripresa nel 1618 da alcuni giovani di Ameno cui la curia diede il permesso l’anno seguente di erigere il convento con il riutilizzo del materiale di costruzione del castello distrutto.

Il 1 settembre p. Francesco Cattaneo benedisse la prima pietra e le prime quattro casette destinate ai frati. L’anno successivo la curia di Novara sospese i lavori, a seguito delle lamentele dei Cappuccini del Sacro Monte d’Orta, i quali temevano che l’elemosine non potessero essere sufficienti per mantenere i due conventi. La tensione sfociò in una grave controversia tra gli abitanti di Ameno e di Orta. Una notte gli abitanti di Orta salirono al Mesma e danneggiarono gravemente la croce situata nella piazza. Gli abitanti di Ameno, per vendicarsi, frantumarono le barbe delle statue delle cappelle del Sacro Monte. Dovette in seguito, nel 1622, intervenire la Sacra Congregazione romana affinché i lavori riprendessero. Nel 1621 diciassette famiglie di Ameno e dieci di Lortallo si impegnarono a provvedere al mantenimento di quindici frati al Mesma. Nella primavera del 1623 fu distrutto l’antico oratorio e realizzato il nuovo altare dedicato asant’Anna, che ancora oggi si trova nella sua sede originaria.Nel 1635 si ritennero conclusi nelle murature la chiesa e il convento, con la realizzazione della cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua.

Sul sagrato della chiesa, al posto dell’antica croce, nel 1630 venne piantato un tiglio che, nel 2005, venne sostituito da un ulivo.

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Il sacerdote-scultore don Giovanni Cavagna, (parroco di Maggiate Inferiore), ha ricavato tre suggestivi bassorilievi dal tronco del tiglio. Essi, collocati nel chiostro, rappresentano tre momenti emblematici della vita di san Francesco d’Assisiil cantico delle creaturel’incontro con i lebbrosi e l’Impressione delle Stimmate.

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Il complesso conventuale, oggi pressoché intatto, si articola intorno a due chiostri secenteschi, che risultano circondati da porticati, costituiti da arcate poggianti su colonne di marmo di Alzo. I soffitti invece sono costituiti da capriate in legno.

Il primo chiostro, dopo l’ingresso, aveva funzione di riparo per i pellegrini e il secondo, col suo antico pozzo, collegato ad una cisterna sotterranea con un sistema di raccolta delle acque, era la riserva idrica del convento. L’acqua piovana veniva incanalata e raccolta, purificata attraverso filtri di sabbia e carbone, per essere resa potabile. Questa cisterna risulta essere tuttora in funzione. L’idea di tale impianto nacque a seguito dell’edificazione del convento, quando, per poter impastare la calce, gli operai erano costretti a scendere fino ai piedi del colle, verso il torrente Membra, per attingere l’acqua.

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Dal secondo chiostro si accede alla cosiddetta “sala dello stufone ” (scaldatoio) dove è conservata una grande stufa in serpentino verde scuro di Oira, risalente al 1727 e recante scolpito lo stemma francescano. In prossimità di tale sala si giunge al caratteristico refettorio dei frati, il cui interno ospita diversi affreschi. Quello che rappresenta Gesù che spezza il pane, è del pittore Borsetti di Varallo, che lo dipinse nel 1727.

Celebri sono anche la sala del “Capitolo delle Colpe” e la biblioteca con oltre 5000 volumi, che, tra le tante importanti opere, ospita una delle prime edizioni a stampa del 1477 – 1478, della Divina Commedia di Dante Alighieri, ad opera del novarese Martino Paolo Nibbia.

Sulle porte del convento sono ancora presenti antichi passi delle scritture che dovevano consolare ed esortare frati e pellegrini: “spes poenitentibus”, ”Fessis praebet requiem” , “fugat animi languores”, “dat lasso fortitudinem”, (trad. “speranza per i penitenti”, “offre la pace agli afflitti / riposo eterno a coloro che hanno sofferto”, “caccia le debolezze dell’animo”, “dà vigore allo spossato”).

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Nei chiostri sono presenti tracce di ben nove meridiane. Nel secondo chiostro un orologio a muro è inserito in una cornice Rococò, dipinta a tralci e ghirlande in sinuose volute, opera presunta di Antonio Orgiazzi il Vecchio, artista attivo nella metà del ‘700 a Orta e Varallo Sesia.

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Nel chiostro settentrionale, sulla parete rivolta a mezzogiorno, sopra gli archi del porticato, si contano tre quadranti solari di forma tonda, sovrapposti da altri tre di forma quadrangolare.

Nel chiostro meridionale, invece, una scritta sembra testimoniare la presenza di un altro quadrante, oggi coperto da un dipinto. Sulla parete posta a sud ci sono i deboli segni di un ulteriore quadrante. I quadri degli orologi risultano essere dipinti direttamente sull’intonaco delle pareti; proprio per questo, tutti si trovano in cattive condizione e segni, lettere e fregi sono praticamente invisibili.

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L’adozione di un sistema di misura del tempo adeguato veniva richiesta dalla regola dei monaci cristiani, che imponeva orari ben precisi per le preghiere e il culto. La vita monastica risultava così scandita da orari precisi e compiti stabiliti, durante l’intero arco della giornata.

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Il Mesma ebbe anche tra i frati, abilissimi costruttori di orologi a pendolo. Fra’ Pietro Filiberti di Ameno realizzò un pendolo, che oltre le ore italiane, segnava quelle babiloniche e astronomiche; indicava il giro del sole sull’orizzonte, le fasi e i giorni della luna, gli equinozi ed i solstizi.

Le ore battevano su tre diverse campane a concerto, e ogni ora un organo faceva sentire una delle venti sonate che vi erano contenute. Filiberti scrisse un libretto di istruzioni per montare e smontare l’orologio, composto da oltre 7000 pezzi.

Durante il periodo della soppressione fu trasferito al Brera a Milano; attualmente non se ne hanno più notizie.

Tipico della struttura del convento è anche l’ampio orto che, lavorato dai frati e da volontari laici, produce svariati ortaggi e verdure. In origine ricopriva tutta la parte a sud antistante il convento e, attorno, fu innalzato un muro di contenimento. Esso fu voluto dalla Sig.ra Pamelio Reggio e racchiude anche un grande prato, dapprima pascolo per gli animali da stalla, ora solo per quelli da cortile.

Nell’Ottocento ci furono due soppressioni: a causa di esse molte opere d’arte vennero distrutte, vendute o portate via. La prima risale al 1810. Per anni le suppellettili della chiesa furono disperse e con esse la maggior parte dei libri, il convento venne affittato e la chiesa divenne ripostiglio e magazzino. La seconda avvenne nel luglio del 1866, quando il parlamento italiano decretò la chiusura di tutte le congregazioni religiose. Solo successivamente nel 1870 Giuseppina Pamelio Reggio, vedova del cavaliere Nicola Reggio, viceconsole d’Italia a Boston, acquistò il convento che in seguito volle donare ai frati Francescani. In memoria venne posto all’ingresso del convento lo stemma della famiglia Reggio, insieme ad una bandiera americana.

Nel 1933 iniziarono i lavori di ricostruzione ed ampliamento della struttura. Le celle, sul lato rivolto verso il lago, furono sopraelevate di un piano, per meglio accogliere i giovani frati. Nel 1958 il nuovo noviziato fu ingrandito nel lato sopra la biblioteca.

Nel 1992 inoltre, è stato ricavato un piccolo eremo, detto di “San Diego”, per accogliere gli ospiti che vengono al convento in ritiro spirituale.

Attualmente il convento è centro di spiritualità e luogo di meditazione lontano dal disordine della vita frenetica. Risulta essere molto significativo che dalle rovine di un castello, costruito per soddisfare le mire espansionistiche di vari signorotti, sia sorto un luogo di preghiera.

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La chiesa

La chiesa, ad unica navata, presenta una facciata a salienti ed è preceduta da un piccolo pronao. Il portale è sormontato da una lunetta dipinta da un autore ignoto, raffigurante san Francesco, il Bambino e la Vergine. Sulla porta di entrata un’iscrizione segna la data di consacrazione della chiesa (2 Settembre 1629), ad opera del vescovo di Novara Pietro Volpi.

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All’interno vi sono quattro cappelle laterali con altari lignei del ‘700. La prima è dedicata a sant’Anna; studi recenti hanno dimostrato che il gruppo ligneo di Sant’Anna con la Vergine Bambina sarebbe stato realizzato in corrispondenza con alcuni interventi di restauro nella cappella fra il 1919 e il 1924. Infondata sarebbe dunque l’attribuzione della scultura a Giacomo Vaselli di Lugano in epoca seicentesca. 
Vi sono poi le cappelle dedicate a san Francesco e santa Chiara, con una pala del Settecento lombardo raffigurante i due santi di Assisi. Seguono poi, la cappella dei santi Giovanni da Capestrano e Pasquale Bayalon, riprodotti anch’essi in una grande tela settecentesca di scuola lombarda. L’ultima cappella contiene una preziosa statua dell’Immacolata con la sua nicchia in legno, che prima della sistemazione del presbiterio, era posta sull’altare maggiore. Essa proviene dal convento del Giardino di Milano, dalla chiesa di santa Maria della Scala.

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Sulle pareti in fondo alla navata, all’interno di due nicchie, vi sono le statue di san Francesco d’Assisi e di sant’Antonio di Padova, fatte giungere da Varallo nel 1843.

Dal fianco sinistro del presbiterio si ha accesso ad una raccolta cappella invernale.

Sulla parete laterale della chiesa vi sono tre tele dipinte da Lorenzo Peretti nel 1841. La prima rappresenta santa Margherita da Cortona; la seconda un gruppo di santi francescani (san Giacomo della Marca, san Bernardino da Siena, san Giovanni da Capestrano e il beato Alberto da Sarteano); la terza, san Bonaventura da Bagnorea (o Bagnoregio).

Tra il coro e il presbiterio è posto un grande crocifisso anch’esso di legno, scolpito nel 1712 dal milanese Lentigiani. La chiesa risulta essere molto sobria e modesta, conclusa nell’abside da un coro ligneo dell’ 800, le cui pareti sono ornate da quattro semiovali dipinti nel 1708 da Antonio Valentino Cavigioni. Raffigurano da un lato san Francesco mentre riceve le stimmate e san Bonaventura, dall’altro sant’Antonio di Padova e san Pietro d’Alcantara. I santi sono ispirati nelle fattezze a modelli della cultura figurativa Lombarda.

Luca Rossetti, nipote di Valentino, fu invece l’autore dell’affresco raffigurante l’abbraccio tra san Domenico e san Francesco, situato nel primo piano del convento.

Secondo il Pagani l’incontro dei due santi, che inizialmente venne attribuito a Valentino, è in realtà opera di Luca. Si nota dalla diversa resa pittorica dei due maestri. Confrontando l’opera in questione con i santi dipinti da Valentino nelle lunette del coro dai colori smorzati e dalle fattezze larghe dei volti, risulta evidente che tale dipinto sia in realtà del nipote Luca, a causa del diverso impiego dei colori e dalla diversa tipologia dei visi.

Sulla controparete d’ingresso trovano spazio due lapidi. Quella a destra ricorda p. Francesco Obicini; quella a sinistra il conte Gaudenzio Tornielli, militare del re di Sardegna che aiutò i frati del Mesma.

La chiesa fu poi recentemente oggetto di grandi lavori dopo il Concilio Vaticano II, essa doveva essere adeguata alle nuove esigenze liturgiche. Così venne trasformato il presbiterio dell’architetto P. Costantino Ruggeri, della provincia dei frati minori di Milano, rendendo la chiesa più ampia e accogliente. L’altare maggiore venne rimpiazzato dalla nuova mensa dell’eucarestia; il pavimento venne rifatto e fu posta in fondo alla navata una vetrata colorata raffigurante le stimmate di S. Francesco, opera dei maestri vetrai milanesi Grassi.

Anche la decorazione della chiesa fu abolita perché giudicata non adatta alla struttura.

Le facciate della chiesa e del convento sono state recentemente restaurate nel 2007.

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Fonti:

- Fiorella Mattioli, Walter Zerla, Angelo Molinari, “Luoghi di sguardi”;

- Marco Santoro, “Le ore di Monte Mesma”;

- Padre Alfio Calderoni, “Il Monte Mesma”;

- AA.VV., “Monte Mesma: storia, ambiente, arte, spiritualità di una terra alta del Cusio”, Andersen, dicembre 2011;

- Opuscoli informativi della Riserva Naturale Speciale del monte Mesma, regione Piemonte parchi.

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Ricerca e fotografie di Camilla Agazzone.